Would

Non c’era più niente da fare. Era finita. Dylan le aveva provate tutte, ma non era stato sufficiente. E adesso il suo passato tornava irrimediabilmente a bussare.

Alto, fisico slanciato, due occhi color nocciola, attenti. Svegli. Aveva una fronte ampia, il naso grande ma regolare. E capelli ricci e neri, che un tempo dovevano essere stati molto più folti. Portava bene i suoi trent’anni.

Aveva sempre fatto una bella vita: bei locali, bei vestiti, bella gente.
A scuola si distingueva per intelligenza e sagacia, e quella faccia tosta che non vacillava nemmeno di fronte ai professori.  Se la cavava con il minimo dei voti, è vero, ma solo perché non gli andava di dare loro soddisfazione; altrimenti avrebbe potuto molto – la madre glielo rinfacciava sempre, quando ce l’aveva con lui.
Poi l’università, Economia e Commercio. Dylan sognava di diventare un broker di borsa e l’idea di se stesso che in giacca e cravatta si fumava una sigaretta nella pausa pranzo, gli ispirava un innato senso di libertà. Non era fatto per le cose stabili e banali. Una vita ordinaria e ben pianificata gli sarebbe andata stretta, e poi detestava i doppiopetto gessati dei direttori di banca, quelli che indossavano sempre quando lo convocavano per lo scoperto. Facevano i forti, ma a lui suscitavano rabbia. Così, dopo il secondo esame, Dylan aveva tagliato i ponti anche con il mondo accademico.

Era cresciuto viziato, figlio unico in una famiglia senza problemi economici, ma con il tempo le cose erano cambiate: i suoi avevano dovuto vendere il bar che aveva fatto la loro fortuna e si erano dedicati ad altre attività, sebbene meno redditizie. All’alba dei venticinque anni, Dylan fu costretto a rimboccarsi le maniche, a darsi finalmente da fare. Poi, anche le vendite all’ingrosso cominciarono a declinare.

Adesso il lavoro era appena sufficiente al sostentamento familiare e gli sfarzi di un tempo erano acqua passata. Così come i vizi, gli sprechi. La madre ancora non se ne capacitava: seguitava a preparare pasti sopra le righe e a fare spese azzardate. Aragoste, bistecche, caviale. Tutti i giorni. Parrucchieri da stilista e borse delle migliori marche italiane. Il padre andava su di giri, di fronte a questo, ma per non sconvolgere i delicati equilibri familiari si limitava a biascicare bestemmie sottovoce, ad andarsene a letto con l’umore storto e il viso paonazzo.

Dylan aveva un carattere forte, sicuro, anche se dentro mancava di certezze. Il suo orgoglio celava un grande bisogno d’affetto, un vuoto da colmare che l’aveva lacerato, dentro, sin dall’infanzia. Il ragazzo ricordava le grida furiose dei suoi genitori, li poteva ancora sentire che urlavano, giù in cucina. Aveva ancora davanti agli occhi l’immagine della mamma, da giovane, che dopo aver aspettato inutilmente il rientro del marito se ne andava a letto, guardando per terra. Era una donna bellissima, ma con il viso triste.
Dylan aveva accettato tutto, apparentemente. Sembrava che se ne fregasse, che gli fosse scivolato addosso. Invece, quei frammenti del passato erano un ricordo tuttora vivido, estremamente doloroso.

Con le ragazze era sempre stato il numero uno, ne aveva avute parecchie. Le abbordava, le frequentava, e dopo un po’ finiva con il lasciarle per un’altra. Di una credeva pure di essersi innamorato, ma non ne parlava mai volentieri.
Dopo i primi anni di lavoro, Dylan aveva progressivamente accantonato l’interesse per il divertimento sfrenato, ormai inconciliabile con i suoi ritmi. Purtroppo, però, non era riuscito a spegnere la passione per le corse di cavalli. Le stesse che ricorrevano nei libri dell’amato Bukowski. La verità è che aveva l’occhio giusto per i mezzosangue, ma un’eccessiva propensione per il rischio: si comportava come se i soldi non dovessero finire mai. Non sapeva ancora che avrebbe pagato sulla propria pelle l’esatto contrario.

In due anni di lavoro era faticosamente riuscito a saldare i debiti accumulati con le scommesse, ma adesso c’erano altre lacune da colmare e la crisi economica del Paese non giovava alla sua attività, le cui entrate si trascinavano rasenti il minimo indispensabile per tirare avanti. Senza contare le banche, che lo tenevano col fiato sul collo tra cambiali e continui rischi di protesto. Dylan prelevava da un conto per versare sull’altro e viceversa, cercando di barcamenarsi tra saldi e fidi scoperti, arrivando alla fine del mese con l’acqua alla gola. E’ vero, era stata colpa sua. Ma adesso era cambiato e stava facendo di tutto per tornare a galla. Durante la settimana correva avanti e indietro da clienti e fornitori, non aveva pace. Usciva di casa la mattina presto e rientrava la sera tardi, sfinito, magari dopo aver attraversato mezza Italia tentando di piazzare questa o quella merce. Era arrivato al punto di non riuscire a chiudere gli occhi per la stanchezza fisica, di non avere voglia neanche di mangiare. Si imbottiva di EN e si rigirava nel letto, aggrappandosi alla speranza che non fosse troppo tardi.

La madre gli faceva domande, ma lui rispondeva in modo vago: non poteva confidarsi con lei perché in quella famiglia certi argomenti erano sempre stati un tabù. Mancanza di soldi? Finanziamenti negati? Debiti? Impensabile accennarne. C’era una sorta di censura, di tacito accordo su ciò che era ammesso e ciò che non lo era. Senza contare che i genitori di Dylan ormai erano anziani, forse non avrebbero retto il colpo. Sebbene non avesse mai avuto rapporti idilliaci con il padre, Dylan gli voleva bene, non avrebbe avuto il coraggio di fargli del male. Alla madre, poi, figuriamoci: non le aveva mai dichiarato apertamente il proprio affetto, ma il legame tra i due era indissolubile. Di parenti stretti Dylan non ne aveva, eccezion fatta per un paio di cugini che abitavano lontano, e che vedeva solo una volta l’anno: telefonare loro all’improvviso e chiedere dei prestiti non era esattamente un’idea geniale. Dylan chi? Gli avrebbero risposto.
Gli amici, poi, neanche a parlarne. Ne aveva avuti, e parecchi, ma al momento ognuno era preso con i propri problemi; chi di denaro, chi di lavoro, chi di droga. Qualcuno doveva sposarsi o non voleva semplicemente avere grane – oh mi dispiace, ma non posso proprio: non ho nemmeno mille euro da parte! Eppure Dylan avrebbe giurato che, fino a qualche anno prima, spendessero ogni settimana la stessa cifra per divertimenti inutili.

E adesso? Adesso c’erano dei conti da saldare al più presto, perché quando l’ultimo assegno sarebbe stato versato e non pagato, il protesto sarebbe stato inevitabile. E Dylan, quei soldi, non li aveva.

Il ragazzo si alzò dal letto, cercò la chitarra nel disordine della sua stanza e cominciò a strimpellare pezzi degli Alice in Chains, quelli di cui si era nutrito quando il resto non bastava. E Dylan passava da una canzone all’altra seguendo l’istinto. Guidato da quella malinconia frammista a orgoglio, da quel dolore incarnato nella sua solitudine. Con dignità.

Drifting body it’s sole desertion / Flying not yet quite the notion / Into the flood again / Same old trip it was back then / So I made a big mistake / Try to see it once my way

Il suo cellulare squillò, ma Dylan non smise di suonare.

Am I wrong? / Have I run too far to get home

Uno squillo, due.

Have I gone? / And left you here alone

Tre squilli, quattro.

Have I gone? / And left you here alone

Cinque squilli: chiunque stesse chiamando, insisteva.

Dylan mise da parte la chitarra, si sporse senza fretta verso il comodino, dove impazziva il display del cellulare. Era la banca. Dylan si accese una sigaretta, poi rispose.
Bastarono poche parole. Il ragazzo annuì, poi riattaccò senza salutare.

If I would, could you?

Prese un’altra boccata.
Spirali di fumo uscirono da narici e labbra, salendo verso il soffitto.

Questo contenuto è stato presentato alla Competizione Nazionale “I nuovi talenti per la scrittura digitale creativa”, iniziativa sociale promossa da SuperMoney. Partecipa anche tu alla Competizione.

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4 pensieri su “Would

  1. gran bel racconto,ottimamente scritto.Assolutamente niente da invidiare ai primi racconti dei piu’ noti giovani scrittori italiani come ammaniti,brizzi,nove o pinketts.continua cosi!!!!per non parlare della santacroce che hai gia’ superato.complimenti.continua a scrivere!!!!!!!!!!!!
    sims

  2. stavo per cliccare semplicemente su “vota” per fare un piacere a Silvia Tricarico, poi ho detto: proviamo a leggerlo. Beh, tempo guadagnato, attinge al reale senza essere banale, finale pensoso. Davvero un bel racconto, grazie
    don Nicola

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