Animali

Nessuno si spiegava da dove fosse nata quella sua indole particolare, quel sentimento che la legava alla natura. Che la rendeva una sua stessa fibra. Non che la famiglia di Astrid odiasse il verde, o fosse ostile alle bestie, ma neanche che ci perdesse la testa. Di estrazione alto-borghese, la madre storceva il naso di fronte alle bizzarrie di sua figlia, dicendosi che erano solamente capricci dell’età. Il padre, d’altra parte, era troppo occupato con il suo giro d’affari per preoccuparsi di simili facezie. Perlopiù si limitava ad ascoltare gli sfoghi della moglie, e taceva.

Astrid viveva in una villa ottocentesca, appena fuori Milano. Quando era piccola era difficile stare dietro al suo cespo di capelli rossi in continuo movimento: la bambina correva ovunque per il parco, si nascondeva sugli alberi e portava a casa insetti e bestioline di ogni genere; a volte erano cavallette, grilli, o farfalle. Altre ancora girini, ranocchie e persino lucertole. Se ne prendeva cura per qualche giorno, più spesso per intere settimane. Procurava loro il cibo necessario a sopravvivere alla temporanea prigionia e, dopo averli studiati, apriva i barattoli in cui erano chiusi quei piccoli esseri e restituiva loro la libertà. Li osservava per ore, con l’aiuto di vecchie enciclopedie e di una lente d’ingrandimento trovata giù nello scantinato, e già allora si meravigliava di quella perfezione che le veniva svelata.

I suoi genitori non la capivano. Avrebbero desiderato per lei una carriera da avvocato ma all’università Astrid aveva scelto Veterinaria. Agiva sempre di testa propria, non sottostava agli schemi, viveva della sua passione. Era una persona riservata, con pochi amici; troppo strana per sentirsi a suo agio nel mondo, troppo introversa per aprirsi a nuove conoscenze.

Un giorno, dopo aver trovato due chiocciole sul muro del bagno e uno scorpione nel corridoio, la madre era arrivata al punto-di-non-ritorno, impedendole definitivamente di tenere qualunque tipo di animale in casa. All’epoca Astrid aveva solo dieci anni, ma durante l’adolescenza il suo interesse si era esteso dal microcosmo dei giardini a tutto ciò che poteva muoversi e respirare, esclusi gli uomini e le donne.

Amava gli animali. C’era quella purezza in loro, quell’ingenuità ancora intatta. Gli animali erano tutto ciò che dovevano essere, e bastavano a se stessi. A poco a poco Astrid arrivò a pensare che fossero molto più che gli esseri umani, ed era inutile parlare di dimensioni del cervello per contraddirla. Gli animali sapevano quanto era necessario alla loro esistenza, erano completi. Compiuti. Ognuno se stesso, privo di vergogna, ognuno con la propria dignità. Senza macchia.

Quando non doveva studiare per il liceo, né prestarsi come volontaria in canile o fare da dog-sitter ai vicini, la madre costringeva cortesemente le compagne di classe della figlia a strapparla dalla sua camera, nella speranza che quella ragazza così strana si interessasse al resto del mondo. Che si trovasse un fidanzatino, magari. E quelle la trascinavano, entusiaste, per locali e negozi, e avrebbero dato qualunque cosa per avere dei genitori come i suoi, che le lasciavano la possibilità di spendere una fortuna in abiti griffati e serate. Astrid, invece, avrebbe dato qualunque cosa per respirare un po’ di cielo. Per avere tra le braccia un sacco-di-pulci, anche solo per un’altra ora.

Viveva la sua sensibilità come un dono e al contempo ne avvertiva l’enorme peso. La gente normalmente schifava certe bestie, calpestava altre esistenze senza nemmeno farci caso, o addirittura compiacendosene. La gente, sostanzialmente, ignorava la meravigliosa compiutezza di quei corpi animati, la geometria perfetta dei loro arti, il disegno minuzioso di quelle ali e di quelle antenne, la colorazione sapiente di mantelli e piume. La gente era posseduta da un’immane presunzione, da un volgare senso di superiorità.

Astrid, invece, sapeva. Astrid amava. Si commuoveva di fronte ad una ragnatela imperlata di rugiada, o davanti alla disperazione di una vespa il cui nido era andato distrutto dal temporale. E questa sensibilità le svelava un universo altro, e le pareva di aver penetrato maggiormente lo scibile, e di essere in qualche modo privilegiata per questo. Contemporaneamente, però, il suo stato le imponeva il preciso dovere di proteggere quel mondo, il cui splendore era spesso invisibile agli occhi profani. Astrid sentiva di dover impedire certe ingiustizie, di doversi occupare di quelle vite rese deboli dalla mano umana, distruttrice e superba. Non era un compito da poco già nella sua casa, figuriamoci fuori.

Intanto, il comportamento dei suoi si faceva ogni giorno meno sopportabile. Da apprensiva qual era, sua madre si era di colpo tramutata in un’inarrestabile megera, un ostacolo alla realizzazione del Sogno, mentre il padre era poco presente anche quando c’era.

Astrid non aveva voglia di dare spiegazioni, si rendeva conto che tanto non sarebbe stata compresa. Perciò proseguiva per la sua strada, fingendo di non leggere la disapprovazione negli occhi della donna che l’aveva data alla luce. Continuando a condurre la vita di sempre.

La ragazza era interessata solo a quel mondo: l’unico a soddisfarla, l’unico a darle conforto, l’unico in grado di sollevarle il morale quando non riusciva più a portare da sola il peso del silenzio.

Ma andò avanti per poco.

Un pomeriggio, di ritorno dal canile, Astrid trovò sua madre sul divano, in salotto. Aveva la schiena dritta, rigida sullo schienale e la guardava severa. Chissà da quanto la stava aspettando.

Astrid non fece in tempo a varcare la soglia di casa e ad abbassare lo sguardo per non incrociare il suo, che fu travolta da un mare di insulti, di grida furiose, di imprecazioni: di fronte a lei non c’era più sua madre, ma una donna frustrata e sconvolta e disperata, completamente fuori di sé, che riversava su quella ventenne rossa il rimorso di una vita di contegno forzato, di intolleranza malcelata dietro ad apparenze di cristallo.

Quella donna urlava, rompendo un vuoto rimasto afono per anni e facendo crollare la fredda alterigia che aveva sempre usato come maschera per nascondere il dolore di avere una figlia diversa. Per la prima volta ebbe il coraggio di darle uno schiaffo, e insieme a quelle cinque dita sulla pelle delicata, Astrid fu colpita anche dal senso di colpa, che la schiacciò come un macigno. E all’improvviso pianse, e pensò di avere sbagliato tutto; e anche la madre pianse, e le lacrime di entrambe si sciolsero in un abbraccio. Forte.

Astrid cambiò. O almeno, cercò di farlo. Andando contro la propria natura, alterò il suo comportamento, le sue abitudini e il suo modo di vestire. Cominciò ad adeguarsi. Tornò a uscire con le amiche, o meglio, iniziò a farlo, e col tempo ci prese pure gusto. Scoprì che vivere di chiacchiere e discorsi banali, di uscite in discoteca e aperitivi sui navigli non era poi così difficile. Costava molto poco, a livello umano.

Astrid smise di frequentare il canile, e il giardino. Smise perfino di pensare. La sua media universitaria andava calando, ma per la madre non era un problema perché compensato dalla nuova immagine di figlia-modello. E il padre, tornando dal lavoro, poteva finalmente guardare la tv in pace, perché non c’erano più lamentele da sorbire.

Tutto sembrava procedere per il meglio. Solo capitava, ogni tanto, che Astrid scostasse ancora le tendine della finestra, nella sua stanza, e guardasse una mosca battere sul vetro, o si soffermasse a osservare la danza delle api tra i vasi dei fiori, lo stormire delle foglie sugli alberi. Ma era solo un attimo.

Con i primi freddi arrivò l’autunno, e poi anche il Natale. Astrid comprò un maglione di cachemire per la mamma, confezionato in una delle migliori boutique della zona; per papà, invece, si procurò una collezione di monete antiche. Spese una fortuna per quei regali, è vero, ma era contenta di poter finalmente sfruttare il piccolo patrimonio che negli anni precedenti non aveva nemmeno sfiorato. In definitiva se lo poteva permettere.

E a lei cosa avrebbero donato quell’anno? I cosmetici e gli accessori-alla-moda che solitamente le venivano comprati (e che finivano direttamente nella spazzatura qualche settimana dopo – non appena i suoi se ne scordavano), stavolta non le sarebbero dispiaciuti. Invece, il pacco che le mise in mano la mamma sembrava di tutt’altra provenienza.

Era una semplice scatola di compensato, con un foro per ogni lato e un fiocco rosso e lucido e pomposo, sulla cima. Astrid tagliò il nastro, titubante, poi sollevò il coperchio. La aprì. All’interno, su una lettiera di foglie, una minuscola tartaruga di terra cacciò la testa indietro nel carapace.

Astrid non credeva ai suoi occhi; non sapeva cosa dire, né come reagire: quella bestiola rappresentava tutto ciò che avrebbe sempre voluto; non era un semplice animale, ma la possibilità negatale sin dall’infanzia, un sogno sradicato troppo presto. E lei aveva lottato tanto per ottenerlo, era arrivata persino ad affondare la sua vita nell’incomprensione e nell’indifferenza. Ma aveva perso. Non ci era riuscita. Il buon nome della famiglia, quello stupido dover-essere avevano avuto la meglio. Il senso di colpa per la delusione data alla madre era stato più forte: non aveva saputo reggerlo. Non aveva potuto. E alla fine, la stessa sensibilità che aveva nutrito per le altre creature, le si era rivolta contro. Le lacrime della donna che ora la guardava raggiante l’avevano annichilita, e come un automa Astrid aveva obbedito. Aveva deluso se stessa e i suoi ideali, aveva tradito la sua missione, calpestato il dono. Paradossalmente, proprio quando le cose avevano preso una nuova piega e il passato sembrava fare meno male, il regalo che Astrid si trovava tra le mani la rigettò nell’incubo. “Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere… dopo tutto te lo meriti, tesoro” – la madre le sorrise. Il padre le diede una pacca compiaciuta sulla spalla. Moglie e marito si scambiarono un’occhiata d’intesa. Un perfetto quadretto familiare, nel complesso. “Grazie…” rispose Astrid, mentre la bestiola si riaffacciava timidamente dal guscio. Era Natale, era la fine di un’Età.

La tartarughina finì in un terrario, tenuta sveglia dal letargo con una lampada al neon. Astrid si limitava a nutrirla con foglie di lattuga, per il resto cercava di starle alla larga.

A primavera la creatura fu trasferita in un angolo del giardino, delimitato da quattro assi di legno. Era più facile, così, fingere che non esistesse. Astrid non doveva preoccuparsi nemmeno più di procurarle da mangiare: l’erba spontanea sarebbe bastata.

La verità è che non poteva odiare quella bestia, non ne sarebbe mai stata capace; ma preferiva mantenere la distanza, evitare di ritrovare quel contatto antico. Primordiale. Aveva paura delle conseguenze. Ma Astrid non era felice, cercava solo di vestire meglio che poteva i panni che le erano stati dati da altri; si annullava a poco a poco in un soffocamento di zucchero. Il suo cespo di riccioli rossi era caduto dall’albero, stava provando a vivere una vita come-le-altre.

In un tiepido pomeriggio d’inizio estate, la ragazza si mise a frugare nell’armadio alla ricerca di un abito per l’happy hour. Le avevano presentato un ragazzo, qualche tempo prima. Un tipo a posto. Uno per bene. Quella sera voleva fare colpo su di lui. Alla fine Astrid si decise per un vestito bianco, da abbinare ai mocassini e al bauletto Louis Vuitton che la facevano sentire tanto sicura. Legò la sua chioma in una coda di cavallo, alta, un po’ crespa, l’ultimo baluardo di una ribellione ormai messa a tacere. Poi si passò ombretto e mascara per dare profondità al suo sguardo. A lui sarebbe piaciuta.

Prese le chiavi di casa, scese le scale fino al piano di sotto, diede un bacio alla madre. “Esco!”.

Corse fuori, sul piazzale di beole, senza pensare a nulla se non a ciò che avrebbe detto e fatto di lì a cinque minuti. A come avrebbe riso, a quali battute avrebbe scelto.

Aprì la portiera della sua Fiat 500 tirata a lucido, nuova di zecca – il premio del padre per festeggiare il suo cambio di facoltà (manco a dirlo, Giurisprudenza).

Entrò. Si sedette, allacciò la cintura. Regolò il sedile, e lo specchietto. Accese la radio. Mise in moto, poi inserì la retro e partì.

Accadde in un attimo.

L’auto arretrò, veloce, e urtò contro qualcosa. “Come ho fatto a prendere un sasso qui?!” Non ce n’erano di sassi, davanti casa.

Astrid mise le marce in folle e scese a dare un’occhiata. Non appena vide, si sentì morire.

Per terra, a pochi metri da lei, c’era la tartaruga. Uscita chissà come dal giardino della villa, giaceva inerme, in una pozza di sangue. Della bestiola che Astrid non aveva mai voluto capire, restavano soltanto umidi cocci, frammisti ad acqua e budella.

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