Terra di Nessuno

L’avevano svegliato ancora. Li sentiva, quei due stronzi dell’appartamento accanto. Probabilmente di rientro dopo l’ennesima nottata di bagordi. Urlavano, ridevano, picchiavano i piedi sul pavimento. Se ne fregavano di chiunque alle tre di notte stesse dormendo.

Lasciavano le luci accese nel corridoio, gettavano i mozziconi di sigaretta sul pianerottolo, parcheggiavano l’automobile dovunque trovassero posto, e chissenefrega degli spazi numerati. E degli altri condòmini. Erano dei fottuti menefreghisti del cazzo.

Salvatore si girò nel letto, sospirando. Da quanto tempo andava avanti questa storia? Giorni, settimane, forse mesi. Cercava una nuova posizione per riuscire a prendere sonno ma intanto che nel corridoio le voci sbraitavano, il nervosismo cominciava a impossessarsi di lui, insieme alla consapevolezza che ogni tentativo di riaddormentarsi sarebbe stato inutile. Anche questa notte non avrebbe più chiuso occhio. Amenoche.

Aveva il sonno leggero, Salvatore. Ma soprattutto, non tollerava la mancanza di rispetto. Da ventisette anni faceva l’operaio per una industria di confezioni di plastica, e la vita la sudava ogni giorno alla porzione di catena-di-montaggio che gli era stata affidata. Gli avevano detto che ogni tassello di lavoro, lì dentro, era fondamentale per la perfetta rifinitura del prodotto. Gli avevano detto che ogni operaio doveva sentirsi importante, che l’impegno e la volontà di ognuno concorrevano alla buona riuscita del packaging, sintesi di qualità, praticità e dinamismo. Una garanzia già-sullo-scaffale, per il cliente. La promessa di una godibilità altrimenti insperata.

Bè, di tutto questo Salvatore se ne fotteva. Quei termini non sapeva neanche cosa significassero e in ogni caso non influivano minimamente sulla sua condizione di individuo-qualunque, immediatamente sostituibile da qualsiasi altro coglione fosse stato ingaggiato al suo posto, e al diavolo gli anni di esperienza-nel-settore. Al diavolo.

Era un lavoro alienante, privo di soddisfazioni, sempre uguale a se stesso. Ma alla fine del mese, quando riceveva i suoi novecentocinquanta euro netti, Salvatore sentiva d’aver fatto il suo dovere. Perlomeno poteva permettersi uno squarcio di paradiso nel Night Club di fronte a casa, poteva sentirselo indurire dentro ai jeans quando Nina gli si strusciava contro, quando lo guardava con quell’aria suadente, maliziosa. Porca.

Era il suo unico svago, Nina. Una volta alla settimana, il venerdì, Salvatore si presentava all’ingresso del “Felina” e sceglieva sempre e solo lei, ammaliato dalla sua bellezza, provocante e selvaggia ma ancora incredibilmente pura. Sì, Nina era pura, un maledetto angelo capitato lì per caso, capitato lì per lui, perché la potesse sognare ad occhi aperti e chiusi. Poteva avere poco più che vent’anni, non era altro che una bambina. Una bambina perversa. E rideva, quando lui le confidava le sue voglie, rideva quando Salvatore le diceva che l’avrebbe portata via. Rideva, e sottovalutava la potenza di quel desiderio. Rideva, e si sedeva sulle sue gambe e gli accarezzava i capelli, oppure gli si avvicinava ballando, facendo scivolare le sue dita su quel corpo da urlo.

Era il su unico svago, Nina. Per il resto, la vita di Salvatore era fatta di lavoro. Dodici ore al giorno, dalle sei della mattina alle sette di sera, considerando la pausa pranzo. Se le forze glielo concedevano, si fermava anche per gli straordinari, tanto non c’era nessuno ad aspettarlo, a casa. Non aveva amici, il suo carattere era troppo chiuso e cupo per concedersi un lusso simile. E per quanto riguarda i parenti, a chiudere il cerchio era stata la morte della madre, ad Afragola, qualche anno prima. Lui non aveva neanche partecipato ai funerali, lui si era rifiutato di rimettere piede in quella terra-di-nessuno. Ricordare da dove era venuto, avrebbe solo complicato le cose. Avrebbe rispolverato l’odio per chi l’aveva messo al mondo in un posto simile, crescendolo a suon di botte e silenzi. Eppure Salvatore non provava più rancore. L’aveva dimenticato, affogandolo nella fatica, nel sudore, nelle emicranie che gli prendevano al rientro a casa, la sera. Perciò si faceva un piatto di pastasciutta alle acciughe, in cucina, mangiando senza fretta davanti alla televisione, buttando giù sorsi di Moretti gelata e guardando i culi delle veline di turno, sullo schermo. Ma nessuna aveva il fascino proibito di Nina, e lui spegneva presto e si infilava a letto. Capitava di rado qualche bel film in televisione, ma Salvatore non andava mai a dormire dopo la mezzanotte: aveva bisogno di quelle ore di sonno per poter ricominciare la mattina dopo, per avere la forza di lavorare con costanza, incessantemente, e ancora, e ancora, e ancora, senza mai fermarsi un attimo. Senza mai sollevare la testa. Lui non poteva permettersi di pensare: bisogna fare andare le mani, non la mente, si diceva, perché i pensieri uccidono. E prendere coscienza della merda in cui viveva, e avere il coraggio di ammetterlo a se stesso, sarebbe stato fatale.

Ma da troppo tempo, ormai, dormire la notte era diventato impossibile. Salvatore ci aveva provato in tutti i modi, prima tappandosi le orecchie col cuscino, poi con i tappi, poi chiudendo tutte le finestre, poi tentando di gonfiarsi di alcool. Ma non c’era nulla da fare, quei due lavativi che abitavano lì accanto, avevano continuato a infastidirlo.

Erano due studenti universitari, due sfaccendati perditempo, che non faceva un cazzo dalla mattina alla sera, salvo dare feste nelle ore più improbabili e portarsi una sbarbina sempre nuova da sverginare nel soggiorno. Loro non si sudavano il salario, loro non passavano metà della loro vita a faticare, sì, per loro tutto era facile. Tanto paga papà.

I primi tempi Salvatore aveva fatto finta di niente, del resto sono giovani, vivono soli da poco e hanno voglia di divertirsi. Ma ben presto saggeranno che cos’è la vita quotidiana, si renderanno conto di quanto è difficile tenere in piedi la baracca e andare avanti contando solo sulle proprie forze. Questo credeva, Salvatore. Ma più il tempo passava, più si rendeva conto di essersi sbagliato: quei due, lì accanto, avevano tutt’altra intenzione che studiare. Quelli avevano solo voglia di fare casino. Allora Salvatore aveva pensato a una soluzione possibile, ma nella palazzina non c’era nessuno che lo poteva aiutare. Il portiere, Carlo, era uno che fondamentalmente si faceva i cazzi suoi. Tanto non abitava nemmeno, lì, perché avrebbe dovuto immischiandosi nei problemi altrui? Poi c’era la signora Giuliana, una vecchia mezza sorda e mezza cieca, del tutto rincoglionita. Quella tutt’al più poteva offrirgli le caramelle, ai cari ragazzi del piano di sotto. E poi c’erano i fratelli Belvedere che però facevano il turno di notte. Insomma, dopo una breve ricognizione, Salvatore si era reso conto di essere solo. Ancora una volta.

Si era dato una lavata, quella sera, ma non si era tagliato la barba vecchia di due giorni. Con l’aria da duro aveva citofonato ai ragazzi e aspettato che gli aprissero, poi gli aveva detto che la dovevano finire con quel sudiciume per le scale, che la dovevano finire con la maleducazione e gli schiamazzi perché lì c’era gente che lavora. Ma soprattutto, la dovevano smettere di fare casino la notte perché quello non era un bordello e che andassero a scoparsi le loro troiette da un’altra parte: lui era stanco di non dormire a causa dei loro miagolii e delle loro urla. Perché i bambini, alle tre di notte, dovrebbero già essere a letto. Per tutta risposta, quelli gli avevano sbattuto la porta in faccia, e li aveva sentiti che lo prendevano per il culo, scompisciandosi dalle risate, ma che cazzo vuole quel puttaniere! Da quella volta in poi avevano disturbato ancora di più.

Salvatore non riusciva a dormire e il giorno dopo era improduttivo, e ogni volta che si guardava allo specchio malediceva quelle occhiaie e i figli di puttana che gliele avevano procurate, e il nervosismo gli montava dentro e faticava sempre più a controllarlo. Ormai, anche il minimo rumore lo faceva sussultare.

Salvatore tramava vendetta e non vedeva l’ora di trovare un pretesto per fargliela pagare. Loro non sapevano cos’era l’umiliazione, loro non sapevano cosa significasse crescere nella periferia napoletana degli anni Settanta. Cosa volesse dire vivere allo sbaraglio, andare sì e no alla scuola, sudarsi la terza media e non avere altra scelta che cercare lavoro al nord. Loro non sapevano, no. Cosa volesse dire vivere con un pregiudicato come padre e una madre priva del coraggio di parlare.

Pensare a queste cose lo faceva impazzire, e l’atteggiamento di quei due studentelli da quattro soldi gli faceva ribollire il sangue nelle vene.  Come si permettevano di comportarsi a quella maniera? Salvatore sapeva che gliel’avrebbe fatta pagare, prima o poi.

E quella notte, a una settimana dal suo avvertimento, l’avevano svegliato ancora. Li sentiva, quei due stronzi dell’appartamento accanto. Probabilmente di rientro dopo l’ennesima nottata di bagordi. Urlavano, ridevano, picchiavano i piedi sul pavimento. Se ne fregavano di chiunque alle tre di notte stesse dormendo.

Salvatore cercava una nuova posizione per riuscire a prendere sonno, ma mentre nel corridoio accanto le voci sbraitavano, il nervosismo cominciava a impossessarsi della sua persona, insieme alla consapevolezza che ogni tentativo di riaddormentarsi sarebbe stato inutile. Anche questa notte, lui non avrebbe più chiuso occhio. Amenoche.

Fino a pochi attimi prima, Salvatore stava sognando Nina. Sognava di portarsela via dal Felina, sognava di sposarsela. Era la prima notte di nozze e lei godeva, godeva, e lui sentiva che non aveva vissuto per niente, sentiva che la sua vita non era stata inutile, che aveva mangiato merda per anni per poter vivere questo. Ebbrezza d’amore e sesso, di lingue sui propri corpi, d’esplosione di voglie, di umori saporiti. E sul più bello, quando lei stava per venire, quando stava per crollargli addosso, li aveva sentiti. Salvatore li aveva sentiti. Erano rientrati sbattendo la porta, e salendo le scale con tracotanza: si era svegliato immediatamente. Li vedeva mentre si avvicinavano all’ingresso del loro appartamento, mentre facevano i coglioni alle sue spalle. Allora aguzzò le orecchie e sentì quello che mai avrebbe dovuto. Quello che mai avrebbe voluto.

Salvatore si alzò bestemmiando, con i boxer ancora rigonfi, e si diresse verso la porta. Girò la chiave, la aprì, e la vide, quella chiazza di vomito davanti a casa, sul suo tappeto d’ingresso. Una chiazza giallognola e puzzolente. Enorme. Era l’ennesima umiliazione, un infimo attacco al suo onore e al suo orgoglio. Alla sua fatica. Al suo meritato riposo. Alla sua Nina.

Fu un attimo.

Dal tavolo della cucina prese la forchetta ancora sporca d’acciughe e il coltello e si scaraventò contro la porta accanto. Era aperta.

Vide il primo ragazzo slandrato sul divano e gli si fece sopra, e lo colpì in faccia, sull’inguine, sul petto, negli occhi. Con una forza inaudita lo forò e lo trapassò ovunque, mentre quello urlava dal dolore (e non sono stato io te lo giuro e aiuto aiuto e che cazzo stai facendo), confuso dall’alcol e sorpreso nel sonno, sì, in quel sonno che non si poteva permettere. E il sangue schizzava dappertutto, e il sangue era sul muro, e sul pavimento, e più lo vedeva più si inferociva e più la voce di quello si faceva flebile fino a morire nel nulla, fino a morire della sua stessa merda.

Ma per Salvatore non era ancora finita, c’era un altro che era necessario punire. Quello che aveva vomitato, quello che aveva consumato l’affronto, e che rendendosi conto di cos’era accaduto all’amico, si era nascosto nel bagno dal quale aveva osato uscire. Il ragazzo non fece in tempo a chiudere la porta a chiave che Salvatore gli fu addosso: senza che potesse proferire parola, il napoletano lo prese per il collo e glielo spezzò sul lavandino, fracassandogli il cranio fino a imbrattare il muro, lo specchio, i propri vestiti e la sua stessa faccia con quella pappetta molle e umida, tanto simile al vomito che aveva visto sul suo tappeto.

Poi rientrò nella sua casa, gettò gli abiti sudici sul pavimento e prese il rasoio, lì, in bella vista sulla mensola di vetro. Adesso poteva farsi la barba. Ma soprattutto poteva tornare al suo sonno tranquillo.

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